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C'è una differenza netta tra un coro messo lì per riempire e un coro che è l'arrangiamento: nel primo caso, se lo togli, la canzone resta uguale; nel secondo, senza quelle voci il pezzo crolla. Questo mixtape raccoglie tredici canzoni in cui succede la seconda cosa.
Il coro cambia forma a ogni tappa: a volte sono coriste professioniste che rispondono verso per verso, come nel «na-na-na» di Paul Young o nel «no, no, no» di Amy Winehouse; a volte è un coro gospel vero, in carne e ossa, come quello di Blur; altre volte, semplicemente, il coro è la band stessa — i Polyphonic Spree lo mettono anche nel nome — o una sola voce moltiplicata all'infinito, come in Michael Kiwanuka.
Tredici brani, dal 1983 al 2016, in cui le voci dietro contano quanto — a volte più — di quella davanti.
Il brano nasce nel 1966, firmato da John Hurley e Ronnie Wilkins, e passa prima per i Four Preps e per un piccolo classico country di Waylon Jennings. Paul Young, cantante rimasto senza band dopo lo scioglimento dei Q-Tips, lo trasforma in un pop-reggae luminoso, con un assolo di trombone del session man giamaicano Rico Rodriguez al posto della chitarra solista.
Ma il vero gancio del brano è corale: il controcanto delle coriste, un «na-na» ripetuto fino a diventare più orecchiabile della strofa stessa, entra nell'orecchio del pubblico ancora prima delle parole. Il singolo arriva al secondo posto della classifica britannica e apre la carriera solista di Young.
Dopo un disco di garage-rock passato quasi inosservato, i Primal Scream si reinventano: «Movin' On Up» apre «Screamadelica», il primo album a vincere il Mercury Prize nel 1992, incrociando il rock delle origini con il groove della scena rave che la band frequentava.
A reggere l'arrangiamento non è la chitarra ma la voce di Denise Johnson, cantante di sessione che intreccia il proprio controcanto gospel con quello di Bobby Gillespie fino a farlo esplodere in un coro a più voci, tra battimani e vocalizzi da inno. Johnson canta con i Primal Scream nel periodo d'oro della band, da «Screamadelica» al successivo «Give Out But Don't Give Up», prima di lasciare il gruppo a metà anni '90; morirà nel 2020.
Damon Albarn la scrive nel pieno della rottura con Justine Frischmann, e il brano — quasi otto minuti, tra i più lunghi mai incisi dai Blur — suona come una preghiera laica: «Tender is the day, the night that you gave me», ripetuto fino a diventare un mantra.
Dal primo ritornello entra il London Community Gospel Choir: non un ornamento ma il vero motore emotivo del pezzo, che trasforma una canzone di cuore spezzato in qualcosa di più vicino a un inno collettivo. Dal vivo è diventato il momento in cui il pubblico canta più forte della band.
Tim DeLaughter forma la band dopo la morte del chitarrista del suo gruppo precedente, i Tripping Daisy: invece di sciogliersi, si allarga fino a più di venti elementi tra cori, archi, ottoni e tastiere, tutti in tuniche bianche o colorate come una setta pop.
«Light & Day» è il loro manifesto: un ritornello semplicissimo — «Follow the day, follow the day, follow the day and reach for the sun» — cantato all'unisono da tutto il gruppo, dove di fatto il coro non accompagna la canzone: ne è l'identità stessa.
Brandon Flowers scrive il bridge — «I've got soul but I'm not a soldier» — come una dichiarazione di resistenza personale, in un momento in cui la band, appena formata a Las Vegas, non sa ancora se ce la farà.
Quella frase, ripetuta e ripetuta, si trasforma nell'arrangiamento in un coro da stadio: a cantarla con Flowers sono le Sweet Inspirations, storico gruppo vocale gospel-soul che aveva fatto da coro a Elvis Presley e Aretha Franklin. Dal vivo la band la suona spesso a chiusura dei concerti, facendola cantare interamente al pubblico.
Kanye West costruisce il brano attorno a un campionamento dell'ARC Choir, un coro gospel newyorkese inciso nel 1997 per un disco di culto quasi introvabile: la loro «Walk With Me» diventa lo scheletro ritmico e melodico di «Jesus Walks».
La sua etichetta era scettica: una canzone esplicitamente religiosa, pensavano, non avrebbe mai funzionato come singolo rap. West insiste, e il brano vince il Grammy per il miglior rap song del 2005.
Il titolo dell'album, «Funeral», nasce da un fatto reale: mentre lo incidevano, diversi componenti della band persero un familiare. «Wake Up» ne è il contraltare, un inno di resistenza collettiva più che un lamento.
L'arrangiamento si costruisce tutto attorno al coro: un canto di gruppo — la band e chi era in studio con loro — apre il brano quasi a cappella, poi si allarga nel celebre «oh-oh-oh» diventato uno dei ritornelli più cantati dal pubblico in un concerto rock degli anni 2000, ripreso anche nel trailer del film «Where the Wild Things Are».
Fa parte di «Illinois», il secondo capitolo di un progetto ambizioso e mai completato: un disco per ognuno dei cinquanta stati americani. «Chicago» ne è il brano più noto, costruito attorno a un viaggio in macchina e a un senso di libertà incerta.
L'arrangiamento cresce per accumulo — ottoni, archi, percussioni — e a un certo punto la voce di Stevens si moltiplica in un coro di supporto, l'Illinoisemaker Choir, che si sovrappone nel ritornello finale «I made a lot of mistakes», facendolo esplodere in una specie di catarsi orchestrale.
Amy Winehouse la scrive dopo che il suo entourage le aveva suggerito di entrare in una clinica di disintossicazione: lei rifiutò, e quella frase — «they tried to make me go to rehab, I said no, no, no» — diventa il titolo e il ritornello del brano.
Prodotta da Mark Ronson con i Dap-Kings, la band soul-funk newyorkese che dà il suono a tutto l'album, la canzone si regge su un arrangiamento fiatistico anni '60 in cui le coriste rispondono a ogni verso con quel «no, no, no» che diventa il vero titolo non scritto del pezzo. Vince il Grammy per record e canzone dell'anno nel 2008.
Robin Pecknold la scrive come un piccolo incubo infantile travestito da filastrocca: bambini con cappucci rossi che lasciano impronte nella neve, un'immagine che ricorda tanto una fiaba quanto qualcosa di più oscuro.
Ma è l'arrangiamento a renderla indimenticabile: le voci della band si intrecciano in un canone vocale, entrando una dopo l'altra come in un girotondo, senza che nessuna prevalga sulle altre. Il coro non accompagna la melodia: è la melodia.
L'album da cui è tratta, «The Seldom Seen Kid», vince il Mercury Prize nel 2008: prima di allora, gli Elbow — band di Manchester con quasi vent'anni di gavetta alle spalle — non avevano mai avuto un vero successo commerciale.
«One Day Like This» ne diventa l'inno definitivo grazie a un crescendo che nell'ultimo minuto si trasforma in un coro corale sopra un arrangiamento di archi, ripetuto fino a travolgere tutto: «throw those curtains wide, one day like this a year would see me right». È diventata da allora colonna sonora di celebrazioni collettive, dai matrimoni alle cerimonie sportive.
Michael Kiwanuka la scrive nel mezzo delle registrazioni di «Love & Hate», l'album prodotto con Danger Mouse: un momento di crisi in cui si sente estraneo sia alla scena folk-rock che frequentava sia alle proprie radici ugandesi, mai davvero esplorate fino a quel disco.
Il ritornello — «I'm a black man, in a white world» — non è tanto cantato quanto salmodiato, in loop, come un canto di lavoro afroamericano trasportato nel folk-soul contemporaneo: un coro fatto della sola voce di Kiwanuka, moltiplicata su se stessa fino a diventare un mantra collettivo.
Dentro «Freedom» convivono più campionamenti: un riff strumentale preso da «Let Me Try», inciso nel 1969 da una band psichedelica portoricana quasi dimenticata, i Kaleidoscope, e — soprattutto — due voci corali vere, pescate dagli archivi di Alan Lomax: un inno religioso registrato nel 1959 in una chiesa e un canto di lavoro carcerario degli anni '40. È questo il coro, letterale, su cui Beyoncé costruisce uno dei brani più politici di «Lemonade».
Nel film visivo che accompagna l'album, il brano è affidato anche alle madri di alcune vittime afroamericane di violenza della polizia, che compaiono in scena con le foto dei figli. Il coro qui non è decorazione: è memoria collettiva messa in musica.
Hai appena ascoltato un mixtape curato dalla redazione di musicachepensa.it. Adesso tocca a te: componi il tuo e ne nascerà un libretto come questo — stampalo, regalalo, fallo girare. La cultura è il primo gesto di un incontro.