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Il punk non è nato a Londra. Prima dei Sex Pistols, negli Stati Uniti c'erano già band che suonavano forte, veloce e male apposta: gli MC5 nelle fabbriche di Detroit, gli Stooges di Iggy Pop poco più in là. Non lo chiamava ancora nessuno punk, ma era già tutto lì — il rifiuto del virtuosismo, la voglia di dare fastidio.
Da lì la storia si sposta a New York, in un locale del Bowery dove Patti Smith recita poesie e i Ramones inventano la canzone di due minuti. Poi attraversa il paese: a Washington i Bad Brains la spingono a una velocità mai sentita e i Minor Threat ne fanno un'etica; in California i Black Flag si costruiscono un circuito parallelo fatto di furgoni, garage ed etichette indipendenti.
Negli anni '80 quel rumore comincia a cambiare forma — a Minneapolis Replacements e Hüsker Dü ci nascondono dentro delle canzoni vere — e negli anni '90 torna a esplodere: prima con le ragazze del riot grrrl, poi con i Green Day che lo portano in tutte le radio del mondo. Tredici brani per attraversare venticinque anni e tutta l'America, da una sala da ballo di Detroit a un circolo autogestito di Berkeley.
Detroit, ottobre 1968: gli MC5 salgono sul palco della Grande Ballroom e registrano un disco dal vivo che comincia con un urlo di battaglia. Chitarre distorte fino al limite, una band legata ai movimenti radicali della città, un rock'n'roll che voleva essere azione politica.
Sette anni prima che il punk diventasse un genere con un nome, questo brano ne conteneva già tutto: la velocità, il fastidio, il rifiuto delle buone maniere. La miccia parte da qui.
Sessanta chilometri più in là, ad Ann Arbor, gli Stooges di Iggy Pop fanno l'opposto degli MC5: niente proclami, solo tre accordi ripetuti all'infinito, i sonagli e il pianoforte a una nota sola che John Cale ci pianta dentro in produzione, e un cantante che di lì a poco si sarebbe rotolato sui cocci di bottiglia.
L'idea rivoluzionaria è la semplicità: rinunciare al virtuosismo per arrivare dritti allo stomaco. Tutto il punk che verrà — a New York come a Londra — parte da questo suono sporco e ipnotico.
New York, 1975. Patti Smith è una poetessa prima ancora che una musicista, e apre il suo disco d'esordio con un verso che è una dichiarazione di guerra: «Gesù è morto per i peccati di qualcuno, ma non per i miei». Poi trasforma un vecchio successo garage in un rito.
«Horses» arriva un anno prima dell'esplosione punk e le apre la strada: dimostra che al CBGB si poteva fare qualcosa di intellettuale e selvaggio insieme. Da qui in avanti, il punk americano avrà anche una voce di donna.
Quattro ragazzi del Queens con lo stesso cognome finto, il caschetto e il giubbotto di pelle. I Ramones riducono il rock all'osso: due minuti, quattro accordi, nessun assolo, avanti il prossimo.
Quel «Hey! Ho! Let's go!» è diventato il coro più cantato negli stadi del mondo, ma nel 1976 era una provocazione: chiunque poteva fare musica, bastava volerlo. È il momento in cui il punk americano diventa un genere con delle regole — pochissime.
I Dead Boys arrivano da Cleveland, si trasferiscono a New York e diventano subito la band più sgradevole del CBGB: il cantante Stiv Bators sul palco era un pericolo pubblico, per sé e per gli altri.
Sotto la provocazione c'è una canzone perfetta sull'essere tagliati fuori — «non ho bisogno di nessuno» — nata a Cleveland nei Rocket from the Tombs e riscritta da Bators. Il punk newyorkese qui smette di essere artistico e diventa puro nervo scoperto.
Washington, dicembre 1979: i Bad Brains incidono questo brano, che uscirà su singolo l'anno dopo. Sono quattro musicisti neri che venivano dal jazz-fusion — sapevano suonare benissimo — e decidono di usare quella tecnica per andare più veloci di chiunque altro. Il risultato dura meno di due minuti e sembra un treno deragliato.
È uno degli atti di nascita dell'hardcore: il punk portato al suo estremo di velocità e compressione. E nasce da una band nera, in una scena che di lì a poco sarà quasi tutta bianca — un dettaglio che vale la pena ricordare.
Sulla costa opposta il punk suona diverso. Gli X di Exene Cervenka e John Doe cantano in armonie stonate che sembrano venire dal country, e si fanno produrre da Ray Manzarek dei Doors: la vecchia Los Angeles che battezza la nuova.
Il brano racconta una donna che lascia Los Angeles perché ha imparato a odiare tutti quelli che non le somigliano: il testo le mette in bocca il suo stesso razzismo, senza commento. Non celebra quello sguardo, lo espone. Punk, ma con la scrittura di due poeti.
Le quattro barrette nere del logo dei Black Flag sono forse il simbolo più tatuato della storia del punk. La band di Greg Ginn ha inventato un modello: furgone, tour infiniti, concerti nei garage, un'etichetta propria — la SST — per non dipendere da nessuno.
«Rise Above» è il loro inno: «siamo stanchi dei vostri abusi, provate pure a fermarci, non serve a niente». Con Henry Rollins alla voce, l'hardcore californiano trova la sua faccia e il suo grido.
Quarantasei secondi. Tanto dura la canzone con cui Ian MacKaye, ragazzo di Washington, dice una cosa semplice: io non bevo, non mi drogo, non mi serve. Non era un comandamento per gli altri, era una scelta personale.
Diventò invece il nome di un movimento intero — lo straight edge — con migliaia di ragazzi in tutto il mondo e una X nera sul dorso della mano. E la Dischord, l'etichetta che MacKaye fondò in casa, è ancora oggi un modello di indipendenza.
Minneapolis, metà anni '80. I Replacements sono famosi per i concerti disastrosi, per l'alcol e per la capacità di rovinare di proposito le occasioni importanti. Ma Paul Westerberg scriveva canzoni che facevano male.
«Bastards of Young» è il ritratto di una generazione senza eredità e senza istruzioni per l'uso. Il videoclip inquadrava per tre minuti e mezzo soltanto un altoparlante e un tizio che ascolta, finché non lo sfonda a calci: nessuna faccia da vendere. Qui il punk si è già trasformato in qualcos'altro.
Stesse Twin Cities, stesso anno, band rivale e amica. Gli Hüsker Dü partono dall'hardcore più veloce e ci nascondono dentro melodie da gruppo pop, seppellite sotto una valanga di distorsione.
È la formula che una manciata di anni dopo farà il giro del mondo con il grunge e l'alternative rock: canzoni dolci suonate come se si stesse litigando. Bob Mould qui la mette a punto una volta per tutte.
Olympia, stato di Washington, primi anni '90. Kathleen Hanna e le Bikini Kill si accorgono che nei concerti punk le ragazze stanno in fondo, spinte fuori dal pogo. Allora le chiamano davanti al palco — e riscrivono le regole.
«Rebel Girl» è l'inno del riot grrrl: fanzine fatte in casa, autodifesa, ragazze che imbracciano gli strumenti. Il punto in cui il punk americano si ricorda di essere nato per dare voce a chi non ce l'aveva.
I Green Day vengono dal 924 Gilman Street di Berkeley, un circolo autogestito con regole severissime: niente major, niente violenza, niente razzismo. Quando firmano per una grande etichetta, la scena li accusa di tradimento.
Poi «Dookie» vende oltre venti milioni di copie e «Basket Case» — una canzone sull'ansia e sugli attacchi di panico — entra in ogni radio del pianeta. Il punk americano arriva finalmente al grande pubblico, e per farlo deve smettere di essere un segreto.
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