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Tra il 1969 e il 1980 i Led Zeppelin hanno riscritto le regole del rock. Quattro musicisti immensi — Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John Bonham — capaci di passare dal blues più feroce all'epica più raffinata nello spazio di un disco.
Questo solco ne raccoglie dieci momenti, dal debutto del 1969 a «Kashmir» del 1975: i riff che hanno fondato l'hard rock (Whole Lotta Love, Black Dog), l'anima folk (Ramble On, Going to California), l'epica blues (Since I've Been Loving You) e i monumenti (Stairway to Heaven, Kashmir).
La storia del dirigibile più potente del rock: muscoli e finezza, terra e cielo, nella stessa band.
Si alza il sipario sull'hard rock: «Good Times Bad Times» apre il debutto dei Led Zeppelin nel 1969. La batteria di John Bonham è una rivelazione, il riff di Jimmy Page taglia come una lama.
In due minuti e mezzo si capisce che qualcosa è cambiato per sempre. Quattro musicisti che suonano come una forza della natura. È solo l'inizio.
Da «Led Zeppelin II», il riff che ha definito l'hard rock: «Whole Lotta Love» è pura potenza, blues elettrificato fino all'eccesso. La sezione centrale è un delirio psichedelico di suoni.
La voce di Robert Plant ulula, Page scolpisce il riff più imitato della storia. Il manifesto sonoro di una band che non conosceva limiti.
Sempre da «Led Zeppelin II», una chicca che mostra l'altra faccia della band: il folk. «Ramble On» alterna strofe acustiche delicate e ritornelli esplosivi, con un testo ispirato a Tolkien e al Signore degli Anelli.
La prova che gli Zeppelin non erano solo muscoli: sapevano essere sognanti e raffinati. Leggera e potente, uno dei segreti meglio custoditi del loro repertorio.
Da «Led Zeppelin III», il grido vichingo: «Immigrant Song» galoppa con un riff marziale e l'ululato di Plant — «Aaah-ah, ah!» — ispirato a un viaggio in Islanda, tra ghiacci e divinità norrene.
Due minuti e mezzo di pura adrenalina. Tornato celebre grazie al cinema, resta uno dei loro biglietti da visita più feroci.
Sempre da «Led Zeppelin III», la loro epica blues. «Since I've Been Loving You» è sette minuti di dolore lento: l'organo di John Paul Jones, la chitarra che piange, la voce che si strazia.
Il blues bianco al suo apice di intensità. La prova che la potenza degli Zeppelin sapeva farsi anche struggimento e sfumatura.
Il monumento. «Stairway to Heaven», da «Led Zeppelin IV» (1971), è una cattedrale che cresce: comincia col flauto e la chitarra acustica, sale piano per otto minuti, esplode nell'assolo più celebre di sempre.
Mai pubblicata come singolo, eppure leggendaria. Il momento in cui l'hard rock si fa epica, e una band diventa mito.
Dallo stesso «IV», il rovescio elettrico: «Black Dog» è un riff a incastro diabolico, costruito su pause e ripartenze che mettono alla prova chiunque provi a ballarci.
Plant canta a cappella, la band risponde a cannonate. Groove e potenza in una struttura geniale: gli Zeppelin che giocano col tempo e vincono.
Ancora da «IV», la quiete dopo la tempesta: «Going to California» è acustica, delicata, luminosa. Chitarra e mandolino per una canzone sul sogno californiano e sull'amore cercato.
La gemma intima dell'album più famoso. La dimostrazione che i giganti dell'hard rock sapevano anche sussurrare.
Da «Houses of the Holy» (1973), la sintesi perfetta delle loro due anime: comincia acustica e pastorale, poi deflagra in elettricità. «Over the Hills and Far Away» è il viaggio fatto canzone.
Folk e hard rock cuciti senza soluzione di continuità. Gli Zeppelin all'apice della loro maestria compositiva.
L'apice dell'ambizione: «Kashmir», da «Physical Graffiti» (1975), è un'epica orchestrale costruita su un riff che sale come una scala infinita, tra archi e atmosfere mediorientali.
Page e Plant la consideravano il loro capolavoro. Otto minuti maestosi che chiudono il viaggio: il dirigibile al massimo della potenza, sospeso sopra il deserto.
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