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La luna è il corpo celeste più cantato di tutti, e la canzone italiana non fa eccezione: le ha dedicato tormentoni, ballate, favole e confessioni per più di mezzo secolo, cambiando ogni volta significato.
Qui è di volta in volta un gioco estivo, una creatura che bussa alle porte in cerca di umanità, un neonato che vola via come nel finale di «2001», l'oblò di una metropolitana, un confessore a cui dire quello che non si riesce a dire in faccia, la voce di un'isola intera che sale sul palco di Sanremo. Fino alla luna fotografata dal balcone di casa dei giorni nostri.
Nove canzoni italiane, dal 1960 a oggi, tutte con la luna nel titolo o nel cuore. E un titolo preso in prestito da una di loro: perché no, non vogliamo mica la luna — ci accontentiamo di guardarla.
Mentre tutte si abbronzano al sole, lei no: si «abbronza» alla luna. «Tintarella di luna» (1960) è uno dei primi grandi successi di Mina, la più straordinaria voce che l'Italia abbia mai avuto. Un'idea deliziosa e un po' surreale — una ragazza pallida come la luna — su un ritmo saltellante che mostra già tutta la freschezza e l'agilità vocale della «tigre di Cremona».
Erano gli anni dei jukebox e delle prime dive televisive: Mina, giovanissima, stava per diventare la regina assoluta della canzone italiana, capace come nessun'altra di passare dal twist più leggero alla ballata più drammatica. Qui è ancora ragazza, spensierata, perfetta per una notte d'estate. La luna come alternativa al sole: anche di notte, in fondo, è sempre estate.
Scritta da Mario Lavezzi con Oscar Avogadro e Daniele Pace, è uno dei più grandi successi di Loredana Bertè: un reggae bianco che restò in classifica per mesi. La luna, personificata, bussa a una porta dopo l'altra — il buio, il silenzio, le feste mondane — e ovunque la mandano via.
La accolgono solo le persone semplici: la morale, mai detta a voce alta, è che l'umanità non sta nei lustrini ma dove c'è ancora bisogno di qualcosa. La Bertè la canta con la sua sfrontatezza abituale, e ne fa un classico.
Chiude l'album omonimo del 1979 e aprirà, tre anni dopo, il «Borotalco» di Carlo Verdone. È una delle canzoni più criptiche e belle di Dalla: sette lune scandiscono il degrado di una società che marcisce, tra orrore e dolcezza.
Ma l'ultima luna la vede solo un neonato, «l'uomo di domani», che la prende tra le mani e vola via: Dalla si ispirò dichiaratamente al finale di «2001: Odissea nello spazio» di Kubrick. Dopo tutta la follia degli adulti, la speranza sta in chi nasce senza colpe.
«E guardo il mondo da un oblò»: quell'oblò non è un aereo né una barca, ma il finestrino della metropolitana di Milano. Gianni Togni e Guido Morra scrissero «Luna» partendo da un clochard che chiamava sempre una certa Anna — diventata Luna — unendo due brani diversi su idea dell'arrangiatore Maurizio Fabrizio.
Fu il numero uno dell'estate 1980: un monologo rivolto insieme alla luna e a una ragazza, cantato da chi vaga per la città un po' confuso e un po' innamorato. Strofe ermetiche che canticchiava tutta Italia.
Sanremo 1984: Fiordaliso porta una canzone scritta da Zucchero con Luigi Albertelli e Vincenzo Malepasso, arriva quinta ed è il miglior piazzamento femminile dell'anno. Il titolo è già un programma: non chiedo la luna, mi basterebbe molto meno — un po' di verità, un po' d'amore.
Divenne un successo enorme, ben oltre l'Italia: come «Yo no te pido la luna» conquistò tutto il mondo di lingua spagnola. La canzone che dà il titolo — con un pizzico di ironia — a questo mixtape di nove lune.
Da «Liberi liberi», l'album della svolta uscito nell'aprile 1989, una delle ballate più intense di Vasco: cinque minuti di pathos costruiti su una richiesta di sincerità, «guardami quando mi parli».
E se qualcosa non va, «dillo alla luna»: sfoga con lei ciò che non riesci a dire in faccia, e magari la maledetta sfortuna si gira dall'altra parte. La luna come confessore laico, nel rock ruvido e sentimentale del Vasco di fine anni '80.
È la versione in italiano di «Disamparados», scritta da Luigi Marielli dei Tazenda: il gruppo la regalò a Pierangelo Bertoli per Sanremo 1991. Arrivò solo quinta, ma raccolse l'applauso più lungo nella storia del Festival.
Fu il momento in cui la lingua e l'identità sarde salirono sul palco più nazionale che ci sia: etnorock, cori a più voci, la luna che spunta dal monte come immagine di una terra e di chi è stato abbandonato. La versione in sardo dei soli Tazenda vinse la Targa Tenco.
Marzo 2019: i produttori Takagi & Ketra mettono insieme un trio inedito — Tommaso Paradiso, Jovanotti e Calcutta, ribattezzati «The Barbooodos» — e sfornano il tormentone dell'anno. Pop nostalgico e solare, con la luna e la gatta a fare da cornice a una notte di provincia.
Tre generazioni della canzone italiana leggera nello stesso ritornello: il modo più contemporaneo di guardare la luna, quello di chi la fotografa dal balcone di casa.
È il brano-manifesto della sicilianità. Colapesce e Dimartino chiamano Carmen Consoli — la «cantantessa», madrina di tutta questa scena — e insieme dipingono un affresco alla Bosch: immagini singole che, messe insieme, raccontano un'isola «che ha sempre accolto, nutrito, divorato e sputato i suoi popoli».
«Luna Araba» tiene insieme arabo e mediterraneo, sacro e popolare, e ricorda che la Sicilia è da sempre un crocevia. È il punto in cui il duo che ha fatto esplodere la scena si lega alla sua più grande voce.
Hai appena ascoltato un mixtape curato dalla redazione di musicachepensa.it. Adesso tocca a te: componi il tuo e ne nascerà un libretto come questo — stampalo, regalalo, fallo girare. La cultura è il primo gesto di un incontro.