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C'è una strada, in America, che è diventata un mito prima ancora che la cantassero: la Route 66. Da Chicago a Santa Monica attraversava otto Stati e quasi quattromila chilometri di pianure, deserti e cittadine con l'insegna al neon. La chiamavano «the Mother Road», la Strada Madre: la battezzò così John Steinbeck, in «Furore».
Questa versione del viaggio si percorre ballando. Dodici canzoni dal 1966 al 2019, una per ogni ritmo che l'America ha inventato per guidare: soul, funk, proto-punk, disco, synth-pop, hip-hop, elettropop, indie, country-trap. La strada non è più solo rock da cruscotto: è una pista da ballo lunga quattromila chilometri.
Si parte con la Mustang di Wilson Pickett e si arriva al cavallo digitale di Lil Nas X; a metà strada la vecchia «Route 66» torna trasformata dai sintetizzatori dei Depeche Mode. Cambia il decennio, cambia il suono, ma la regola è una sola: se si guida, si balla.
La scrisse Sir Mack Rice nel 1965, ma è la versione di Wilson Pickett — incisa l'anno dopo ai Fame Studios di Muscle Shoals, Alabama — a farne un classico del soul. La storia sta tutta nel titolo: lui le ha regalato una Ford Mustang, e adesso Sally non vuole fare altro che scorrazzare per la città («ride, Sally, ride»), lasciandolo a piedi.
Il groove è una marcia lenta e inesorabile, fatto per la pista quanto per il sedile. Venticinque anni dopo, «The Commitments» l'avrebbe fatta ballare a un'altra generazione. Qui apre il viaggio: la strada, prima ancora che libertà, è desiderio.
Il più grande successo che Tina Turner scrisse di suo pugno: il ritratto in due minuti e mezzo di Nutbush, il paesino rurale del Tennessee dove era cresciuta — «church house, gin house, schoolhouse, outhouse» — un cartello di limite urbano che è anche il confine di una vita da cui scappare.
Funk-rock ruvidissimo, riff distorto e un assolo di sintetizzatore futuristico per il 1973: fu uno degli ultimi grandi successi della coppia prima della separazione. E in Australia è diventata, decenni dopo, un ballo di gruppo nazionale: la «Nutbush» si balla ancora in fila, come una linea di confine.
Il lowrider è l'auto ribassata, cromata e lucidata a specchio che sfila lentissima per i boulevard: il simbolo della cultura chicana di Los Angeles. I War — band multietnica di Long Beach — le dedicano l'inno definitivo: basso ipnotico, campanaccio, e il riff di sax e la voce di Charles Miller.
«Take a little trip with me»: l'invito è a salire, ma soprattutto a rallentare. Numero uno nella classifica R&B nel 1975, è il brano che ribalta la regola del viaggio americano: qui non si corre verso la libertà — la libertà è andare piano, farsi vedere, appartenere.
Due accordi presi in prestito dalla «Sister Ray» dei Velvet Underground e una dichiarazione d'amore per la Route 128, la circonvallazione di Boston: Jonathan Richman la incise nel 1972 con i Modern Lovers, produceva John Cale, ma il disco rimase in un cassetto fino al 1976.
«I'm in love with rock'n'roll and I'll be out all night»: guidare di notte, da soli, con la radio accesa e il negozio Stop & Shop che sfila fuori dal finestrino. È considerata una delle canzoni fondative del punk — la rifecero anche i Sex Pistols — eppure non c'è rabbia: solo l'euforia di avere una macchina, una strada e una stazione radio.
Registrata ai Compass Point Studios di Nassau con la sezione ritmica di Sly & Robbie, da «Nightclubbing» (1981): un funk liquido e notturno su cui Grace Jones più che cantare, comanda. L'invito a «accostare al paraurti» con quella «lunga limousine nera» è il doppio senso meno nascosto della storia della disco.
Il parcheggio come pista da ballo: qui l'automobile smette del tutto di essere mezzo di trasporto e diventa corpo, desiderio, teatro. Un successo dei club di New York che da quarant'anni non è mai davvero uscito di rotazione.
Si racconta che Prince l'abbia abbozzata appisolandosi sul sedile della Mercury rosa della tastierista Lisa Coleman: al risveglio, la Corvette rossa era già una canzone. Uscì su «1999» nel 1982 e l'anno dopo diventò il suo primo singolo nella top 10 americana.
L'automobile come metafora amorosa non era una novità — ma nessuno l'aveva mai guidata così: pop, funk e rock nello stesso telaio, con l'assolo di chitarra di Dez Dickerson a fare da sorpasso. La Corvette più famosa della musica non è mai esistita: è solo andata veloce.
Il grande ritorno di Aretha negli anni '80: prodotta da Narada Michael Walden per «Who's Zoomin' Who?» (1985), con l'assolo di sax di Clarence Clemons, il gigante della E Street Band. L'invito è salire su una Cadillac rosa e imboccare l'autostrada dell'amore.
Dance-soul scintillante che le valse un Grammy e settimane in vetta alla classifica R&B. Il videoclip è girato a Detroit, la sua città e la città dell'automobile: la regina del soul che riparte proprio da dove le macchine nascono.
Bobby Troup la scrisse nel 1946 attraversando davvero il Paese in auto verso la California, e Nat King Cole ne fece l'inno della Strada Madre. Quarant'anni dopo i Depeche Mode la ripescano come lato B del singolo «Behind the Wheel»: la 66 rifatta a sintetizzatori e drum machine.
L'accoppiata non è casuale — «Behind the Wheel» era la loro canzone al volante, e nei remix americani le due vennero fuse in un'unica corsa elettronica. Il blues da autostrada guidato da quattro ragazzi dell'Essex: la prova che la Strada Madre non appartiene a nessuno.
St. Louis, la città dove la Route 66 attraversava il Mississippi: nel 2001 Nelly ne fa il quartier generale del nuovo hip-hop pop con «Ride wit Me», dal debutto «Country Grammar» — chitarra acustica, basso morbido e un coro («hey, must be the money!») che trasforma il giro in macchina in una festa collettiva.
Con City Spud dei St. Lunatics al featuring, è il momento in cui il rap diventa musica da autoradio per tutti. Il road trip non è più fuga né conquista: è esibizione, condivisione, weekend. Si guida col finestrino giù e il ritornello fa il resto.
Costruita su un'interpolazione dichiarata di «Blue Monday» dei New Order, è la Rihanna più rock: da «Good Girl Gone Bad» (2007), un'auto «shiny and new» che è chiaramente una donna al volante della propria vita — «zitto e guida» è un ordine, non un invito.
Il catalogo automobilistico è completo: da zero a cento in tre secondi e mezzo, motore su misura, nessun autostop. Il vecchio trucco della macchina-metafora, per la prima volta, è lei a usarlo su di lui.
Da «Neon Bible» (2007): mandolino, ghironda e una corsa d'ansia in crescendo — qualcosa sta arrivando, non si sa cosa né quando, e l'unica difesa è tenere il motore acceso. L'indie rock canadese degli Arcade Fire nel suo momento più trascinante.
Bruce Springsteen la amava al punto da suonarla in concerto: il testimone dell'America in macchina passato di mano, dal Boss a una band di Montréal. Qui la strada non è più libertà né festa — è via di fuga, e proprio per questo non si può smettere di ballare.
Un beat comprato online per una manciata di dollari, costruito su un campione dei Nine Inch Nails, e un ragazzo di Atlanta che ci canta sopra di cavalli e strade polverose: «Old Town Road» esce a fine 2018 e Billboard la esclude dalla classifica country perché «non abbastanza country». Il caso diventa planetario.
Il remix con Billy Ray Cyrus — quello del video ufficiale — la porta al numero uno per 19 settimane, record assoluto della classifica americana. La Strada Madre nel 2019 è così: un cavallo, un meme, un genere che non esisteva. E si balla, ovviamente.
Hai appena ascoltato un mixtape curato dalla redazione di musicachepensa.it. Adesso tocca a te: componi il tuo e ne nascerà un libretto come questo — stampalo, regalalo, fallo girare. La cultura è il primo gesto di un incontro.