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Nel 1979 quattro ragazzi di Crawley pubblicano «Boys Don't Cry», un singolo pop perfetto. Pochi immaginano che diventeranno i sacerdoti della malinconia, capaci di attraversare quarant'anni restando fedeli a se stessi e sempre diversi.
Questo solco ne ripercorre la parabola in quindici canzoni: dal post-punk degli esordi alla svolta gotica di «A Forest», dal buio di «Pornography» al pop giocoso de «The Lovecats», dal capolavoro «Disintegration» (tre brani) agli inni anni '90, fino al commovente ritorno del 2024.
La storia di Robert Smith e dei suoi: una band che ha fatto della tristezza una forma di bellezza, e del nero un colore pieno di sfumature.
È il 1979 e quattro ragazzi di Crawley pubblicano un singolo perfetto: chitarre nervose, melodia agrodolce e un titolo-manifesto. «Boys Don't Cry» è la facciata pop di una band che diventerà sinonimo di malinconia.
Due minuti e mezzo che già contengono il segreto dei Cure: tristezza e immediatezza nella stessa canzone. L'inizio di tutto.
È il brano in cui i Cure smettono di essere una band di pop spigoloso e diventano i Cure che conosciamo. Un basso ipnotico, una chitarra annegata nel riverbero, e Robert Smith che si perde in un bosco inseguendo qualcosa che forse non c'è.
A Forest non racconta una storia, costruisce un'atmosfera in cui smarrirsi. È una delle porte d'ingresso del gothic rock: l'oscurità del post-punk che invece di farsi industriale si fa romantica, notturna, bellissima.
Da «Faith» (1981), l'album più cupo e spirituale del primo periodo. «Primary» è urgenza pura: due bassi al posto delle chitarre, ritmo che incalza, voce disperata.
Una chicca amata dai fan: i Cure più scarni e diretti, sull'orlo del precipizio. La tensione prima della catarsi di «Pornography».
«Pornography» (1982) è il fondo dell'abisso: un disco di rabbia e disfacimento, registrato mentre la band stava per implodere. «The Hanging Garden» ne è il singolo, batteria tribale e muri di suono.
«It doesn't matter if we all die»: il punto più buio, e più potente. Toccato il fondo, i Cure potranno solo rinascere — e diventare pop.
Dopo il buio, la luce più inattesa: «The Lovecats» (1983) è jazzy, saltellante, divertito. Robert Smith si scrolla di dosso il nero e gioca con contrabbasso e gattini.
La prova che i Cure non sono solo malinconia: sanno essere irresistibilmente pop. Un singolo che spiazzò tutti e aprì la fase più solare della band.
«The Head on the Door» (1985) è il disco dell'equilibrio perfetto tra luce e ombra. «In Between Days» ne è l'apertura: chitarre scintillanti, ritmo che corre, malinconia che balla.
Jangle-pop perfetto, un'eredità che arriverà fino agli anni 2000. I Cure scoprono di poter essere tristi e radiosi insieme.
Dallo stesso album, «Close to Me» è pop da camera: fiati, schiocchi di dita, claustrofobia che diventa ballabile. Il video nell'armadio sull'orlo della scogliera è entrato nella storia di MTV.
Leggera e ansiosa insieme, è una delle loro canzoni più amate. La formula Cure al suo apice di accessibilità.
Da «Kiss Me Kiss Me Kiss Me» (1987), il loro capolavoro pop: «Just Like Heaven» è euforia romantica, una delle più belle canzoni d'amore di sempre. Il riff iniziale è pura gioia.
Robert Smith la definì la sua preferita. Reinterpretata all'infinito, resta inarrivabile nell'originale: i Cure che toccano il cielo, sorridendo.
Comincia il capolavoro «Disintegration» (1989). «Lullaby» è una ninna nanna da incubo: archi striscianti, voce sussurrata, il ragno che viene a mangiarti. Inquietante e bellissima.
Il loro singolo di maggior successo in patria. La dimostrazione che si può scalare le classifiche con una canzone che fa venire i brividi.
Ancora da «Disintegration», sette minuti di rimpianto cristallino. «Pictures of You» è nostalgia fatta suono: tappeti di chitarre, una malinconia che avvolge come nebbia.
Forse la più amata in assoluto dai fan. Il momento in cui i Cure trasformano il dolore in qualcosa di luminoso e immenso.
Sempre da «Disintegration», un regalo: Robert Smith la scrisse per Mary, la futura moglie, come dono di nozze. «Lovesong» è semplice, diretta, eterna: «whatever words I say, I will always love you».
Il loro più grande successo americano. Sotto il nero, il cuore più tenero del rock. Tre minuti che dicono tutto.
Da «Wish» (1992), l'inno gioioso definitivo. «Friday I'm in Love» è puro buonumore: una settimana che corre verso il venerdì, accordi scintillanti, sorriso largo.
Smith la descrisse come quasi troppo allegra e «fuori personaggio» per i Cure. Per fortuna la pubblicò: è diventata la loro canzone più cantata in coro.
Da «Wild Mood Swings» (1996), una chicca solare che pochi conoscono e tutti dovrebbero. «Mint Car» è gioia jangle-pop, cugina luminosa di «Friday I'm in Love».
I Cure di metà anni '90, spesso sottovalutati, qui sfornano un piccolo gioiello pop. La prova che la vena melodica non si era mai spenta.
Dall'album omonimo del 2004, dal suono più rock. «The End of the World» è una canzone d'addio dal ritornello irresistibile: «I couldn't ever love you more».
Il ritorno alla forma-canzone diretta, dopo anni di sperimentazioni. I Cure dimostrano di saper ancora scrivere un singolo perfetto.
Dopo sedici anni di silenzio, «Songs of a Lost World» (2024) riporta i Cure, e «Alone» ne è l'apertura commovente. Un lungo crescendo strumentale, poi la voce di Smith che canta la perdita e il tempo.
«This is the end of every song that we sing»: a quarant'anni dall'inizio, la band suona più maestosa e dolente che mai. Il cerchio, per ora, si chiude qui.
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